Nel corso di un'udienza presso il tribunale di Milano, altri due utenti hanno deciso di scusarsi pubblicamente e risarcire la senatrice Liliana Segre per gli insulti e le minacce ricevuti online. È l'ennesimo capitolo di una maxi inchiesta della procura milanese che, negli ultimi due anni, ha identificato e deferito oltre 200 account responsabili di diffamazioni aggravate e messaggi d'odio razziale indirizzati alla testimone dell'Olocausto.
Quello che colpisce di questo caso non è solo il numero crescente di condanne, ma il cambiamento di paradigma che rappresenta: per la prima volta a questa scala, chi insulta online rischia davvero conseguenze concrete. Non sono più multa leggere o avvertimenti virtualmente ignorati. Sono procedimenti penali che lasciano tracce sulla fedina penale, risarcimenti a cinque cifre, e una visibilità mediatica che nessuno avrebbe voluto.
L'inchiesta che ha cambiato le regole del gioco
La procura di Milano ha iniziato a lavorare sul caso nel 2023, dopo una campagna particolarmente virulenta di odio diretto a Segre. Il lavoro investigativo è stato tutt'altro che semplice. Gli investigatori hanno dovuto analizzare migliaia di messaggi su diverse piattaforme — da Twitter/X a Facebook, passando per Telegram — tracciando profili che utilizzavano pseudonimi e spesso si nascondevano dietro account privati creati appositamente.
La sfida era duplice: identificare i veri nomi dietro i nickname, e dimostrare il nesso causale tra il messaggio specifico e la persona fisica. I pubblici ministeri hanno utilizzato esperti informatici per risalire agli indirizzi IP, analizzare i pattern di accesso nei dettagli temporali e geografici, e collaborare direttamente con le piattaforme per ottenere dati di registrazione e metadati completi.
Numeri concreti dell'operazione:
- Oltre 500 messaggi catalogati e analizzati con metodi informatici certificati
- Circa 200 account identificati nell'inchiesta principale
- Una ventina di rinvii a giudizio completati o in fase processuale
- Tempo medio di indagine per profilo: 3-4 mesi
- Coinvolgimento di esperti informatici del tribunale con expertise specializzata in tracciamento digitale
- Riduzione dei tempi di risposta delle piattaforme da 6-8 mesi a 2-3 mesi grazie a protocolli collaborativi
Quello che è successo in aula questa settimana
I due imputati hanno optato per un patteggiamento, una scelta sempre più frequente dopo che i primi verdetti hanno iniziato a circolare negli ambienti degli hater online. Entrambi hanno letto un comunicato di scuse in aula — un gesto formale ma che la senatrice Segre, presente in tribunale, ha definito come "il primo passo verso la consapevolezza del danno provocato".
Il risarcimento economico oscilla tra i 12.000 e i 18.000 euro per caso, cifra ben al di sopra delle aspettative iniziali quando si parla di procedimenti per hate speech. Cosa ancora più significativa per gli imputati: dovranno sottoscrivere una nota sulla loro fedina penale che rimarrà visibile per almeno 5 anni. Per chi lavora in settori sensibili — insegnamento, amministrazione pubblica, lavori a contatto con minori — questo rappresenta un ostacolo concreto e tangibile alla carriera.
Uno dei due imputati, secondo quanto trapelato dagli atti processuali, aveva pubblicato nel 2023 circa 47 messaggi offensivi su Twitter nei confronti di Segre in un arco di tre mesi, utilizzando tre account diversi coordinati. L'altro aveva condotto una campagna più sporadica ma altrettanto violenta su Facebook e Telegram. Entrambi hanno riconosciuto la responsabilità.
Perché questa tendenza sta aumentando
La crescita dei patteggiamenti non è casuale. Una volta che il primo gruppo di imputati ha ricevuto condanne effettive — non solo ammende simboliche, ma procedimenti penali con conseguenze durature sulla fedina — altri utenti hanno iniziato a valutare diversamente i rischi reali. I social media, per quanto sembrino anonimi, non lo sono completamente. E questa consapevolezza si sta diffondendo.
La piattaforma collaborativa istituita tra la procura milanese e Meta, Twitter, Google ha snellito i tempi di risposta in modo significativo. Questo acceleramento ha un effetto deterrente che funziona davvero: nei mesi successivi alle prime condanne pubblicate sui giornali, il numero di nuovi messaggi d'odio indirizzati a Segre è calato del 34%, secondo un'analisi del center di ricerca sulla sicurezza informatica dell'università Cattolica.
Il precedente che fa scuola
Quello che sta accadendo a Milano non rimane circoscritto. La procura di Roma ha avviato un'inchiesta parallela su circa 150 account che hanno insultato pubblicamente il sindaco Roberto Gualtieri e altri politici. La procura di Palermo sta seguendo un percorso simile dopo i messaggi d'odio ricevuti dal procuratore antimafia Maurizio de Lucia.
La differenza cruciale rispetto al passato è che le procure ora hanno i precedenti giurisprudenziali su cui contare. Non stanno procedendo nel buio interpretativo. Gli avvocati difensori sanno già quale sarà l'orientamento dei giudici, i quali sanno già quali criteri applicare.
Domande Frequenti
D: Come fa la procura a risalire all'identità di chi pubblica dietro un profilo anonimo?
R: Attraverso una combinazione di strumenti. Gli investigatori analizzano l'indirizzo IP del dispositivo da cui è stato pubblicato il messaggio, richiedendo i dati ai provider internet. Poi controllano i pattern di accesso — gli orari specifici, i dispositivi utilizzati, le località geografiche ricavabili dai metadati — e li incrociano con altri account della stessa persona per trovare incoerenze. Infine, richiedono ufficialmente alle piattaforme (Meta, Twitter, Google) i dati di registrazione originaria dell'account, che spesso contengono il numero di telefono reale o email verificata. Nel caso dei due imputati di Milano, l'IP ha portato a un provider italiano che ha consegnato i dati dell'abbonato entro 40 giorni.
D: Qual è la differenza tra una condanna e un patteggiamento in questo tipo di casi?
R: Nel patteggiamento, l'imputato riconosce la responsabilità e accetta una sentenza senza processo lungo. Questo di solito comporta una pena ridotta rispetto a quello che avrebbe ricevuto dopo un processo completo, ma rimane comunque una condanna registrata sulla fedina penale. Nel caso specifico, i patteggiamenti hanno previsto risarcimenti tra i 12.000 e i 18.000 euro più la sospensione condizionale della pena. Una condanna dopo processo completo avrebbe potuto portare a cifre superiori e a una permanenza più lunga sulla fedina penale.
D: Se qualcuno cancella i messaggi offensivi, la procura può ancora risalire a lui?
R: Sì. Le piattaforme archiviano i dati anche dopo l'eliminazione da parte dell'utente. Meta, ad esempio, conserva i metadati dei post eliminati per almeno due anni, inclusa la data di pubblicazione, l'account che lo ha scritto e l'IP del dispositivo. Inoltre, spesso altri utenti hanno già fatto screenshot prima della cancellazione. Nel caso dell'inchiesta milanese, alcuni degli imputati avevano tentato di cancellare tracce del loro operato nel 2024, ma
