Sabato pomeriggio Roma si è trasformata in un corteo oceanico. Circa quindicimila persone hanno invaso le strade della capitale per chiedere l'abolizione dell'embargo americano contro Cuba, un blocco economico che ha paralizzato l'isola caraibica per 64 anni. Non è stata una manifestazione secondaria: organizzazioni sindacali storiche, collettivi universitari e associazioni per i diritti umani hanno coordinato una marcia che ha interessato gran parte del centro città, costringendo la Questura a predisporre servizi d'ordine massicci e paralizzando il traffico per ore.

Quello che sorprende chi osserva dall'interno è la componente politica diretta. Non solo Cuba, ma anche l'Italia finisce nel mirino dei manifestanti. Giorgia Meloni viene accusata esplicitamente di allineamento troppo docile alle scelte geopolitiche statunitensi. I cartelli recitavano frasi come "Giù le mani da Cuba" e "Embargo criminale", ma alcuni gridavano slogan che criticavano Roma per non aver preso posizioni autonome sulla questione.

Un embargo che non tramonta

L'embargo americano contro Cuba non è una vicenda dimenticata nei libri di storia: è una pressione economica quotidiana che strozza l'isola dal 1962. Dopo la rivoluzione castrista, gli Stati Uniti decisero di isolare totalmente la nazione dal commercio internazionale, una strategia che avrebbe dovuto provocare il crollo del governo in pochi mesi. Invece ha resistito per più di sei decenni.

Nel 2023, l'assemblea generale dell'Onu ha votato sulla revoca del blocco con un risultato inequivocabile: 188 paesi a favore, soli 2 contrari (Stati Uniti e Israele). Nonostante questo responso internazionale quasi unanime, Washington non ha ceduto di un millimetro. L'embargo rimane in piedi, intoccato.

Le conseguenze sono tangibili e devastanti. Cuba oggi soffre di una crisi energetica che non ha precedenti recenti. Nel 2024 l'isola ha registrato oltre 140 giorni con blackout critici che colpivano sia L'Avana che le province. Non è una questione di cattiva amministrazione: è il risultato diretto dell'impossibilità di importare petrolio e combustibili, perché le valute estere scarseggiano quando sei tagliato fuori dal commercio globale.

La crisi energetica: quando la luce si spegne

Quello che i numeri non catturano completamente è il peso concreto di vivere in un'isola dove l'elettricità è un lusso programmato. Le famiglie cubane organizzano le loro giornate intorno ai blackout: si cucina prima che scatti l'interruzione, si carica il cellulare quando c'è corrente, gli anziani rimangono seduti al buio perché accendere un ventilatore in una notte tropicale non è più una scelta privata ma collettiva.

Le piccole imprese chiudono anticipatamente quando la luce viene meno. I negozi, gli ambulatori medici, le farmacie senza generatori perdono ore di operatività ogni singolo giorno. Nel lungo termine questo non è solo disagio: è il disarticolamento dell'economia di un intero paese.

I manifestanti romani inquadravano il quadro così: l'embargo non colpisce la leadership politica cubana, colpisce il civile che non ha responsabilità della rivoluzione avvenuta sessanta anni fa. È una punizione collettiva, un meccanismo che viola i principi basilari dei diritti umani secondo il diritto internazionale.

Cosa impedisce realmente a Cuba di sopravvivere

Il blocco americano non è solo una questione di petrolio. Cuba non può importare macchinari agricoli moderni perché molti componenti richiedono tecnologia americana. Non può accedere a medicinali brevettati se il brevetto rimane nelle mani di aziende statunitensi. Non può ricevere pezzi di ricambio per mantenere infrastrutture già deteriorate. Ogni settore economico – dalla sanità all'agricoltura, dall'industria ai trasporti – si ritrova con le mani legate.

A peggiorare la situazione intervengono i secondi embargo, ossia le sanzioni che altri paesi impongono per non aver violato il blocco americano. Se un'azienda europea vende a Cuba, rischia il divieto di operare negli Stati Uniti. Questo crea un effetto dissuasivo potentissimo: molte compagnie estere semplicemente si rifiutano di commerciare con L'Avana, anche se tecnicamente potrebbero.

Il silenzio dell'Italia e il dibattito mancante

Il corteo romano ha messo in evidenza un punto che nella stampa mainstream riceve poco spazio: la politica estera italiana, almeno nelle sue priorità pubbliche, non dedica attenzione seria alla questione cubana. L'Italia vota all'Onu per la revoca dell'embargo (come fanno quasi tutti i paesi), ma questo voto rimane letteralmente senza conseguenze perché non è accompagnato da alcuna pressione diplomatica concreta su Washington.

I manifestanti sostenevano che una democrazia europea dovrebbe avere una posizione autonoma, o quantomeno una voce nel dibattito. Invece l'Italia preferisce seguire silenziosamente l'agenda atlantica, senza neanche sollevare il tema nei dibattiti parlamentari con la frequenza che meriterebbe una questione umanitaria di questo calibro.

Questo è il nodo che ha acceso la piazza romana più di qualsiasi appello generico alla solidarietà: non è solo un problema cubano, è una questione su quale ruolo voglia giocare l'Italia negli equilibri internazionali.

Domande Frequenti

D: Per quale motivo gli Stati Uniti mantengono l'embargo se l'Onu ha votato 188 sì per la revoca?

R: Formalmente, gli Stati Uniti sostengono che l'embargo è uno strumento legittimo di politica estera che risponde ai loro interessi di sicurezza nazionale. Praticamente, la loro posizione è sostenuta da un blocco politico interno molto consolidato: i senatori e i rappresentanti della Florida, dove risiede una comunità cubano-americana numerosa e storicamente contraria al regime castrista, mantengono un potere di veto su qualsiasi normalizzazione delle relazioni. Nessun presidente, nemmeno Obama che ha tentato uno strappo nel 2015, ha avuto abbastanza consenso per abolire il blocco completamente. La revoca richiederebbe una decisione congressuale, non presidenziale, ed è quasi politicamente impossibile in questo contesto.

D: Cuba potrebbe sopravvivere economicamente anche senza l'embargo grazie ai rapporti con la Cina e la Russia?

R: Teoricamente sì, ma solo in parte. La Cina è il principale partner commerciale di Cuba oggi, ma gli scambi rimangono limitati dalle capacità logistiche cubane e dalla mancanza di valuta estera per importare ciò di cui ha davvero bisogno. La Russia, pur essendo un alleato storico, è a sua volta sotto sanzioni occidentali e ha minore capacità di supporto economico rispetto al passato. L'embargo americano crea un effetto moltiplicatore di danno perché scoraggia anche i paesi non ostili da rapporti commerciali normali con l'isola, per paura di conseguenze economiche negli Stati Uniti