Luiz Inácio Lula da Silva non ha usato mezzi termini alla Fiera di Hannover 2026. "Il Brasile è stanco di essere considerato terzo mondo", ha dichiarato il presidente brasiliano di fronte a una platea internazionale di imprenditori e politici. Non è una boutade diplomatica, ma una rivendicazione che rispecchia un cambio di paradigma concreto nel posizionamento geopolitico del paese sudamericano, proprio mentre gli Stati Uniti e l'Europa si trovano immersi in una guerra commerciale senza precedenti che sta ridisegnando gli assetti economici globali.

Cosa ha detto Lula esattamente e perché conta

Durante il suo intervento in Germania, il presidente brasiliano ha affermato con chiarezza: "Non siamo poveri, né piccoli". Dietro questa dichiarazione c'è una realtà economica concreta. Il Brasile vanta un PIL di circa 2 trilioni di dollari, è il maggior produttore mondiale di caffè, la più grande economia dell'America Latina, e possiede il 60% della foresta amazzonica, una risorsa geopolitica di valore incalcolabile in un'epoca di transizione ecologica globale.

Il messaggio di Lula punta dritto al cuore di un problema di narrativa internazionale: il termine "Terzo Mondo", coniato durante la Guerra Fredda per indicare paesi non allineati con USA o URSS, è diventato una categoria anacronistica e offensiva che non riflette la complessità dell'economia brasiliana contemporanea. Nel 2026, il Brasile non è un paese in via di sviluppo generico: è una potenza emergente con capacità tecnologica, una classe media solida (oltre 70 milioni di cittadini) e un'industria manifatturiera diversificata.

Il Brasile tra la guerra commerciale USA-Europa

Il timing della dichiarazione di Lula non è casuale. Nel 2026, le tensioni commerciali tra Washington e Bruxelles hanno raggiunto livelli critici. I dazi americani su acciaio e alluminio europeo hanno superato il 25%, mentre l'Europa ha replicato con tariffe su prodotti agricoli e tecnologici statunitensi. In questo contesto di frattura tra i due blocchi occidentali, il Brasile si posiziona come partner strategico alternativo per entrambi.

Gli USA vedono nel Brasile un alleato nelle Americhe in grado di contrastare l'influenza cinese e di fornire materie prime critiche (litio, nichel, rame) essenziali per la transizione energetica. L'Europa, dal canto suo, cerca di diversificare le proprie catene di approvvigionamento proprio per non dipendere esclusivamente da fornitori statunitensi o cinesi.

Lula ha intuito perfettamente questo momento di debolezza relativa delle grandi potenze. Anziché allinearsi automaticamente con l'una o l'altra, il Brasile rivendica il diritto di sedersi al tavolo delle negoziazioni come protagonista indipendente, non come vassallo.

La carta dell'energia e delle materie prime strategiche

Uno degli aspetti meno discussi della dichiarazione di Lula riguarda il controllo delle risorse. Il Brasile produce il 12% della produzione mondiale di petrolio, è il primo produttore mondiale di etanolo da canna da zucchero, e possiede riserve significative di litio nella regione del Nordest. Con la spinta globale verso l'elettrificazione dei trasporti, questi elementi diventano moneta di scambio politica.

Nel 2025-2026, le aziende europee e americane hanno aumentato gli investimenti in estrazione mineraria brasiliana di circa il 18% rispetto all'anno precedente. Lula sta essenzialmente dicendo: "Avete bisogno di quello che abbiamo. Quindi negoziamo come uguali". È una lezione di realismo geopolitico che pochi leader emergenti hanno il coraggio di esprimere pubblicamente verso Washington e Bruxelles.

Il ruolo della tecnologia e l'innovazione Made in Brazil

Durante la fiera di Hannover, il presidente ha anche evidenziato il settore tecnologico brasiliano, spesso sottovalutato dai media internazionali. São Paulo ospita oggi il 70% degli unicorn latinoamericani (startup valutate oltre un miliardo di dollari). Settori come fintech, agricoltura di precisione e biotecnologie vedono il Brasile come attore principale, non marginale.

Questo è il punto che molti commentatori internazionali mancano: il Brasile non rivendica uno status economico astratto, ma reclama il riconoscimento di capacità concrete di innovazione e produzione che gli permettono di negoziare accordi commerciali più favorevoli.

Cosa significa per l'economia globale

La sfida di Lula ha implicazioni concrete per gli equilibri commerciali attuali. Se il Brasile riesce a mantenere una posizione di neutralità attiva (come ha fatto durante il conflitto Russia-Ucraina, dove si è astenuto dai voti alle Nazioni Unite), potrebbe diventare un mediatore naturale in una fase di frammentazione economica globale.

Le aziende europee e americane operanti in Brasile stanno già iniziando a negoziare contratti a lungo termine con margini di profitto ridotti, nella consapevolezza che il governo brasiliano ha maggior potere contrattuale rispetto al passato.

Domande Frequenti

D: Il Brasile ha davvero le capacità economiche per rivendicare questo status? R: Sì, concretamente. Nel 2025 il Brasile ha registrato una crescita del PIL del 3,2%, superiore a quella di molti paesi europei, e la sua classe media rappresenta quasi il 55% della popolazione. Inoltre, controlla risorse critiche (litio, nichel, energia rinnovabile) che nel prossimo decennio saranno ancora più strategiche.

D: Gli USA e l'Europa accetteranno questa nuova postura brasiliana? R: È già in corso. Nel 2026 sono stati firmati due accordi commerciali preferenziali tra il Brasile e l'UE, e gli USA stanno negoziando un nuovo trattato di libero scambio. Entrambi i blocchi riconoscono implicitamente che marginalizzare il Brasile non è più un'opzione praticabile.

D: Come si differenzia questa rivendicazione da quelle di altri paesi emergenti come India o Indonesia? R: Il Brasile ha il vantaggio di una tradizione diplomatica consolidata, risorse naturali meno contese (a differenza dell'India che compete con la Cina), e una posizione geografica che lo rende meno strategico per il confronto USA-Cina. Questo gli permette di mantenere autonomia maggiore.