Tajani contro Ben Gvir: «Parole inaccettabili e indegne, respinte al mittente»
Il ministro degli Esteri italiano attacca duramente il ministro della Sicurezza israeliano dopo dichiarazioni offensive sull'Italia, in un momento di crescente tensione diplomatica tra Roma e Tel Aviv.

Una risposta netta da Roma
Toni durissimi, lessico misurato ma inequivocabile: il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha scelto parole che non lasciano spazio all'interpretazione per rispondere al ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir. «Inaccettabili e indegne», ha definito le dichiarazioni del politico israeliano sull'Italia, aggiungendo che esse «dimostrano il suo livello politico e morale» e che l'Italia «respinge al mittente qualsiasi offesa». Un intervento netto, pronunciato nel corso delle comunicazioni rese alla Camera insieme al ministro della Difesa Guido Crosetto, dedicate alla partecipazione dell'Italia alle missioni internazionali previste per il 2026.
La scelta della sede parlamentare non è casuale: parlare davanti alle Camere conferisce alla presa di posizione un peso istituzionale che trascende la normale dialettica diplomatica. Roma non ha inteso liquidare la questione con un comunicato di routine, ma ha voluto segnalare con forza che le relazioni tra i due Paesi attraversano una fase di tensione reale e che l'Italia non è disposta a incassare in silenzio affronti provenienti da membri del governo israeliano.
Chi è Itamar Ben Gvir e perché le sue parole pesano
Itamar Ben Gvir è una figura controversa all'interno della politica israeliana e nel dibattito internazionale. Leader del partito Otzma Yehudit (Potere Ebraico), rappresenta l'ala più radicale della coalizione di governo guidata dal premier Benjamin Netanyahu. Nel corso degli anni è stato più volte al centro di polemiche per posizioni considerate estremiste da buona parte dell'opinione pubblica occidentale, tanto da essere stato a lungo escluso dall'esercito israeliano stesso per le sue idee. Nel gennaio 2025 ha lasciato il governo in polemica con l'accordo di cessate il fuoco a Gaza, salvo poi rientrare nella compagine governativa.
Le sue dichiarazioni sull'Italia — delle quali i dispacci d'agenzia non riportano il testo integrale, ma che Tajani ha ritenuto sufficientemente gravi da richiedere una risposta pubblica e ufficiale — si inseriscono in un contesto di deterioramento complessivo dei rapporti tra il governo israeliano e diversi esecutivi europei, Italia compresa. Ben Gvir ha la fama di utilizzare toni provocatori anche nei confronti di interlocutori stranieri, spesso con l'obiettivo di mobilitare la propria base elettorale interna piuttosto che di gestire relazioni diplomatiche.
Il contesto: le tensioni tra Italia e Israele
Le relazioni tra Roma e Tel Aviv, tradizionalmente solide e caratterizzate da una forte componente di amicizia storica, hanno subito una progressiva tensione a partire dall'escalation del conflitto a Gaza, iniziata nell'ottobre 2023 dopo gli attacchi di Hamas. L'Italia, come altri partner europei, ha espresso preoccupazione per le vittime civili nell'enclave palestinese e per le condizioni umanitarie della popolazione, mantenendo al tempo stesso una posizione formalmente a favore del diritto di Israele alla difesa.
Il governo Meloni ha cercato di muoversi su un filo sottile: da un lato sostenendo pubblicamente il diritto di Israele a difendersi dal terrorismo, dall'altro non tacendo rispetto alle operazioni militari che hanno causato un numero molto elevato di morti civili. Questa posizione di equilibrio ha a volte irritato Tel Aviv, abituata a distinguere nettamente tra gli alleati pronti a un sostegno incondizionato e chi invece esprime riserve. Negli ultimi mesi, poi, la decisione di alcune istituzioni italiane e di vari esponenti della società civile di chiedere sanzioni o misure più severe nei confronti di Israele ha ulteriormente complicato il quadro.
La presenza italiana nella missione UNIFIL in Libano rappresenta un ulteriore elemento di frizione. Dopo gli incidenti che hanno coinvolto i caschi blu italiani sul terreno libanese — con episodi che hanno suscitato proteste formali da parte di Roma — il rapporto con il governo israeliano è diventato ancora più teso. L'Italia guida il contingente UNIFIL ed è tradizionalmente tra i maggiori contributori di truppe alla missione ONU nel sud del Libano, il che la rende un interlocutore diretto di Israele in un'area geograficamente sensibile.
Crosetto e le missioni internazionali: il quadro strategico italiano
Le dichiarazioni di Tajani sono state accompagnate dall'intervento del ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha illustrato il quadro complessivo della partecipazione italiana alle missioni internazionali nel 2026. L'Italia è uno dei Paesi europei più impegnati in operazioni militari e di peacekeeping all'estero: dai Balcani al Medio Oriente, dall'Africa subsahariana al Mar Rosso, i soldati italiani operano in decine di contesti diversi, spesso in ruoli di leadership.
Questo impegno è tutt'altro che secondario nella lettura dello scontro diplomatico con Ben Gvir. L'Italia non parla da posizione di debolezza o di marginalità: è un attore con presenza fisica e capacità militari dispiegati in aree direttamente adiacenti al conflitto israelo-palestinese. UNIFIL in Libano, ma anche le missioni nel Mediterraneo e in Medio Oriente, rendono Roma un interlocutore che non può essere ignorato o liquidato con frasi sprezzanti senza conseguenze politiche.
Il fatto che Tajani abbia scelto il momento delle comunicazioni parlamentari sulle missioni per rispondere a Ben Gvir non è casuale: è un modo per ricordare che l'Italia ha «voce in capitolo» in quella regione grazie al sangue, alle risorse e all'impegno dei propri militari.
Il linguaggio diplomatico e i suoi segnali
Nel lessico della diplomazia internazionale, definire le parole di un ministro straniero «inaccettabili e indegne» e aggiungere che esse «dimostrano il livello politico e morale» del loro autore equivale a una presa di distanza molto netta, che in altri contesti storici avrebbe potuto portare alla convocazione dell'ambasciatore. Tajani ha scelto di non alzare ulteriormente il livello istituzionale della risposta — nessun richiamo formale, nessuna dichiarazione di persona non grata — ma il messaggio è stato comunque chiaro.
L'espressione «respingiamo al mittente qualsiasi offesa» è particolarmente significativa: indica che Roma non intende aprire una trattativa sul contenuto delle dichiarazioni, né minimizzarle, ma semplicemente rifiutarne la legittimità. È una risposta che chiude la porta al dialogo su quel singolo episodio, lasciando aperta la possibilità di proseguire le relazioni bilaterali su altri piani.
Va inoltre notato che Ben Gvir non è Netanyahu, e che il governo italiano tiene distinta la figura del premier israeliano da quella di un ministro considerato anche a Tel Aviv — da una parte dell'opinione pubblica e della classe politica — come un elemento estremista e destabilizzante. Questa distinzione consente a Roma di rispondere duramente senza compromettere l'intera relazione bilaterale.
Le reazioni e il silenzio di Tel Aviv
Al momento della diffusione delle dichiarazioni di Tajani, non si registravano risposte ufficiali da parte del governo israeliano nel suo complesso, né da parte di Netanyahu. Questo silenzio è in sé eloquente: Israele non ha interesse a un'escalation diplomatica con l'Italia in un momento in cui ha bisogno di mantenere aperti canali con i partner europei, soprattutto in vista delle discussioni in seno al Consiglio di Sicurezza dell'ONU e nei vari consessi multilaterali.
In ambito europeo, del resto, la postura di Ben Gvir è considerata problematica non solo da Roma. Diversi governi del continente — dalla Spagna all'Irlanda, dal Belgio ai Paesi Bassi — hanno assunto posizioni molto critiche nei confronti della gestione israeliana del conflitto a Gaza, e le uscite provocatorie del ministro della Sicurezza israeliano rischiano di alimentare un fronte europeo sempre più compatto nella richiesta di responsabilità.
In questo contesto, la risposta italiana si inserisce in un trend più ampio di riposizionamento dell'Europa rispetto a Israele: non una rottura, ma una ridefinizione dei termini dell'amicizia, che non può più essere considerata scontata o incondizionata.
Perché questa vicenda conta per l'Italia e per gli italiani
Al di là della contrapposizione tra due ministri, questa vicenda tocca questioni concrete che riguardano da vicino i cittadini italiani. Prima di tutto, ci sono i soldati italiani impegnati nel sud del Libano con UNIFIL: la loro sicurezza dipende anche dalla qualità dei rapporti diplomatici tra Roma e Tel Aviv. Ogni incidente diplomatico può tradursi in maggiori rischi o in una riduzione della cooperazione operativa che garantisce l'incolumità del contingente.
In secondo luogo, c'è la questione della credibilità internazionale dell'Italia come mediatore e come Paese capace di farsi rispettare. Un'Italia che incassasse in silenzio le offese di un ministro straniero perderebbe peso nelle sedi diplomatiche internazionali. La risposta di Tajani, per quanto aspra, contribuisce a mantenere alta la percezione del ruolo italiano.
Infine, c'è la dimensione del dibattito pubblico interno: in Italia il conflitto a Gaza ha diviso profondamente l'opinione pubblica, con manifestazioni, prese di posizione universitarie e accademiche, e pressioni sui partiti politici. La risposta del governo alle provocazioni di Ben Gvir — ferma sul piano diplomatico ma senza strappi irreparabili — riflette anche la necessità di bilanciare sensibilità interne molto diverse.
Prospettive: come evolverà il rapporto tra Roma e Tel Aviv
Nonostante la durezza dello scontro verbale, è probabile che le relazioni diplomatiche tra Italia e Israele continuino a svilupparsi su binari pragmatici. I due Paesi condividono interessi economici, legami culturali e storici profondi, e una comune appartenenza all'Alleanza atlantica che impone un livello minimo di cooperazione. La partita, semmai, si giocherà sul medio periodo: nel modo in cui l'Italia si posizionerà nei consessi internazionali sulle questioni legate al conflitto, nelle decisioni su eventuali sanzioni europee, nel trattamento dei casi legati al mandato di arresto della Corte Penale Internazionale nei confronti di esponenti del governo israeliano.
Ben Gvir, nel frattempo, potrebbe usare lo scontro con l'Italia come strumento di comunicazione politica interna, presentandosi come paladino della sovranità israeliana contro le critiche europee. Ma questo schema, se pure funziona sul breve periodo presso il proprio elettorato, rischia di isolare ulteriormente Israele in un contesto internazionale già difficile.
La diplomazia, come ha ricordato implicitamente Tajani con la sua risposta parlamentare, non è soltanto scambio di cortesie: è anche la capacità di tracciare linee chiare senza rompere i ponti. L'Italia sembra intenzionata a continuare a percorrere questa strada stretta, con fermezza e senza eccessi, consapevole che il proprio ruolo nel Mediterraneo e in Medio Oriente è troppo importante per essere compromesso da polemiche che, per quanto reali, restano gestibili sul piano diplomatico.
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