Cultura

Meloni contro la fiera 'Più libri più liberi': «Il patentino antifascista agli editori è censura»

La premier attacca su X la decisione della principale fiera romana della piccola e media editoria di richiedere agli espositori una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti, riaccendendo il dibattito su libertà di espressione, memoria storica e ruolo dello Stato nella cultura.

Una fiera del libro con espositori e visitatori tra gli scaffali
Foto: Alessandro Matonti / Pexels

La scintilla: un «patentino» che fa discutere

Una clausola, poche righe in un regolamento per gli espositori, è bastata a trasformare la fiera romana 'Più libri più liberi' — la più importante manifestazione italiana dedicata alla piccola e media editoria — nell'epicentro di un acceso scontro politico e culturale. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta direttamente sulla vicenda attraverso il proprio profilo X, definendo «censura» la decisione degli organizzatori di richiedere agli editori partecipanti una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti come condizione per poter esporre i propri libri. Un intervento breve ma dal peso specifico notevole, considerata la fonte istituzionale e il contesto nel quale si inserisce: un Paese che, a ottant'anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, continua a fare i conti con la propria memoria storica e con le sue implicazioni nel presente.

Cosa prevede la misura contestata

La fiera 'Più libri più liberi', organizzata ogni dicembre alla Nuvola di Roma dall'Associazione Italiana Editori (AIE), ha introdotto — secondo quanto riportato dalle fonti — una forma di dichiarazione preventiva che gli editori interessati a partecipare sarebbero chiamati a sottoscrivere, attestando la propria distanza da posizioni fasciste o neofasciste. L'iniziativa si inquadra in un dibattito più ampio che attraversa il mondo della cultura europea: come garantire che gli spazi pubblici e le istituzioni culturali non diventino veicolo di promozione di ideologie antidemocratiche, senza però trasformare questa tutela in uno strumento di esclusione arbitraria.

Sostenitori della misura la presentano come una normale presa di posizione valoriale da parte di un soggetto privato che organizza un evento culturale, del tutto analoga alle policy adottate da altri festival e fiere internazionali. I critici, invece, temono che si apra una strada scivolosa: chi stabilisce i criteri? Chi giudica se un editore è «abbastanza antifascista»? E soprattutto, il rischio è che libri scomodi, anche solo sul piano storiografico o del revisionismo accademico legittimo, vengano esclusi non per il loro contenuto ma per l'etichetta politica attribuita al loro publisher.

Le parole di Meloni e il peso del contesto politico

La scelta di Meloni di intervenire pubblicamente — e non attraverso canali istituzionali o dichiarazioni formali del governo — è in sé significativa. Affidarsi a X, la piattaforma di Elon Musk che la premier utilizza frequentemente per commenti a caldo, significa raggiungere direttamente la propria base elettorale con un messaggio netto e privo di mediazioni: quella clausola è censura, punto.

Il termine «censura» non è neutro. Evoca storicamente l'intervento coercitivo dello Stato sulla parola scritta e sull'informazione, una pratica che in Italia è esplicitamente vietata dalla Costituzione. Utilizzarlo per descrivere una decisione adottata da un'associazione privata di categoria — perché tale è l'AIE — è una scelta retorica precisa, che mira a collegare il provvedimento a qualcosa di strutturalmente illiberale. Meloni, che guida un partito — Fratelli d'Italia — con radici nella destra post-fascista italiana e che ha fatto della propria distanza personale dal fascismo un elemento biografico e politico ricorrente, si trova in questo caso in una posizione tutt'altro che semplice: difendere il principio della libertà di espressione rischia di essere letto come una difesa della cultura fascista; tacere, però, significherebbe lasciare che un requisito ideologico si normalizzi nell'accesso a uno spazio culturale pubblico.

Il nodo della libertà di espressione nel mondo culturale

Il dibattito sollevato dalla vicenda tocca uno dei nervi più sensibili della democrazia liberale contemporanea: dove finisce la tutela dei valori fondativi di una società democratica e dove inizia la limitazione della pluralità delle voci? In Italia, la questione è resa ancora più complessa dalla XII disposizione transitoria della Costituzione, che vieta la riorganizzazione del partito fascista, e dalla legge Mancino del 1993, che punisce l'apologia del fascismo. Esistono dunque già strumenti giuridici per sanzionare le manifestazioni più gravi di fascismo: che bisogno c'è, argomentano i critici del «patentino», di aggiungere un filtro preventivo e discrezionale da parte di un organizzatore privato?

Dall'altra parte, chi difende la scelta dell'AIE sottolinea che la libertà di associazione e di organizzazione di eventi privati include necessariamente il diritto di stabilire criteri di partecipazione. Una fiera letteraria non è uno spazio pubblico neutro: è un luogo dove si costruisce reputazione, si fanno affari, si amplificano voci. Decidere con chi condividere quello spazio è una prerogativa legittima. Molti festival musicali, rassegne teatrali e manifestazioni culturali in tutto il mondo hanno adottato «codici etici» per gli espositori o i partecipanti: la novità italiana, semmai, riguarda il tema specifico su cui verte la dichiarazione richiesta.

Una storia di tensioni ricorrenti

Non è la prima volta che 'Più libri più liberi' finisce al centro di polemiche politiche. La fiera, nata nel 2002 con l'obiettivo di dare visibilità all'editoria indipendente e di nicchia, si è sempre posizionata culturalmente in un'area progressista e plurale. Negli anni ha ospitato autori e case editrici di ogni orientamento, ma ha anche preso posizioni su temi come la libertà di stampa, i diritti civili e la memoria storica. In un Paese dove il rapporto con la propria storia novecentesca è ancora aperto e spesso doloroso, ogni presa di posizione in questo campo tende a diventare immediatamente un campo di battaglia.

Il governo Meloni, dal canto suo, ha mostrato sin dall'inizio del suo mandato una sensibilità particolare verso quello che percepisce come un tentativo di esclusione culturale sistematica della destra italiana. Dalla Rai alle istituzioni culturali pubbliche, dalla scuola ai grandi eventi, la premier e i suoi alleati hanno più volte denunciato quella che definiscono un'«egemonia culturale» della sinistra, citando esplicitamente il concetto gramsciano di egemonia in modo paradossale: usare le categorie del marxismo per descrivere il proprio senso di marginalizzazione culturale.

Le reazioni nel mondo dell'editoria e della cultura

La presa di posizione di Meloni è destinata a dividere il mondo editoriale italiano, già attraversato da tensioni profonde. Da un lato ci sono gli editori indipendenti e progressisti che vedono nel «patentino» una legittima difesa dei valori democratici; dall'altro ci sono voci, anche non di destra, che esprimono disagio di fronte all'idea di un filtro ideologico preventivo nell'accesso a una manifestazione che dovrebbe celebrare proprio la pluralità della parola scritta.

Il rischio, evidenziato da alcuni osservatori, è che misure come questa producano l'effetto opposto a quello desiderato: anziché isolare le frange più estreme, finiscono per alimentare la narrativa vittimistica di chi si sente perseguitato dalla cultura «mainstream», rafforzando il senso di identità contrapposta e la retorica della censura. In un panorama mediatico dominato dalla polarizzazione, ogni atto di esclusione — anche se simbolicamente comprensibile — rischia di diventare un formidabile strumento di mobilitazione per chi viene escluso.

Cosa succede ora: scenari e implicazioni

L'intervento della presidente del Consiglio raramente rimane senza conseguenze. Nei prossimi giorni si capirà se il governo intende andare oltre la dichiarazione social e aprire un confronto formale con l'AIE o con il Ministero della Cultura, che in passato ha avuto rapporti di collaborazione con la fiera. La ministra competente potrebbe essere chiamata a esprimersi, e non è escluso che la questione arrivi in Parlamento sotto forma di interrogazione o interpellanza.

Per la fiera stessa, la pressione mediatica e politica che si è generata pone un dilemma difficile: fare marcia indietro significherebbe cedere a quella che i sostenitori della misura considerano un'intimidazione politica; mantenere il requisito significa affrontare uno scontro che potrebbe mettere a rischio eventuali finanziamenti pubblici o il patrocinio di istituzioni governative.

Sullo sfondo rimane la domanda più profonda, quella che nessuna dichiarazione su X e nessun comunicato stampa può davvero risolvere: come si costruisce, in una democrazia matura, uno spazio culturale che sia allo stesso tempo aperto e responsabile, plurale e non indifferente ai propri valori fondativi? La risposta italiana a questa domanda, come spesso accade, si giocherà non nelle aule accademiche ma nel campo minato della politica quotidiana.

Libertà, memoria e democrazia: un dibattito che non si chiude

Al di là delle scaramucce di giornata, la vicenda del «patentino antifascista» di 'Più libri più liberi' tocca una questione strutturale della democrazia italiana: la sua capacità di fare i conti con il proprio passato senza trasformare quella elaborazione in uno strumento di esclusione politica nel presente. L'antifascismo è un valore fondativo della Repubblica italiana, sancito dalla Costituzione e dai principi che guidano la convivenza civile. Ma applicarlo come criterio selettivo in uno spazio culturale privato — per quanto comprensibile nella sua intenzione — apre questioni di metodo che non possono essere liquidate con l'accusa di nostalgia fascista verso chi le solleva.

Meloni ha scelto la parola «censura». I suoi avversari risponderanno probabilmente con accuse di voler riaprire spazi alla cultura neo-fascista. Entrambe le posizioni semplificano una realtà più complessa. Quello di cui l'Italia avrebbe bisogno — e che raramente riesce a costruire — è uno spazio di discussione in cui sia possibile distinguere tra la legittima difesa dei valori democratici e l'uso strumentale di quegli stessi valori come arma nella guerra culturale quotidiana. Una distinzione sottile, difficile, necessaria.

Fonti

Sull'autore

Redazione NotiziHub

La Redazione di NotiziHub seleziona dalle principali testate le notizie che contano e le racconta in modo chiaro e verificabile, citando sempre le fonti. Gli articoli sono prodotti dal nostro sistema redazionale con l'ausilio dell'intelligenza artificiale: il metodo è descritto nella Linea editoriale.

Da leggere