Cultura

Spielberg torna agli alieni con 'Disclosure Day': cinquant'anni di meraviglia e il messaggio senza tempo dell'empatia

A mezzo secolo da 'Incontri ravvicinati del terzo tipo', il regista più amato di Hollywood torna a guardare le stelle con un nuovo film e una filosofia immutata: l'umanità si salva solo imparando a capire l'altro.

Steven Spielberg sul set di un film, con la macchina da presa sullo sfondo
Foto: Wolrider YURTSEVEN / Pexels

Il vecchio mago torna a scrutare il cielo

Ci sono registi che fanno film e registi che costruiscono mitologie. Steven Spielberg appartiene inequivocabilmente alla seconda categoria, e lo dimostra ancora una volta con Disclosure Day, il suo nuovo progetto che riporta il cineasta americano su un terreno che gli appartiene da sempre: quello del contatto tra l'umanità e qualcosa di più grande, di sconosciuto, di potenzialmente meraviglioso che viene da lontano. A quasi cinquant'anni da Incontri ravvicinati del terzo tipo — il film del 1977 che rivoluzionò il modo in cui il cinema raccontava gli extraterrestri — Spielberg non ha smesso di guardare in su. E in un'epoca in cui il dibattito pubblico sugli UFO, ribattezzati UAP (Unidentified Aerial Phenomena) dagli ambienti istituzionali, è tornato prepotentemente al centro dell'agenda politica e mediatica, il suo ritorno al tema non potrebbe essere più tempestivo.

Il messaggio che il regista veicola attraverso questo progetto è coerente con l'intera sua filmografia: non sono le stelle a dover cambiare l'umanità, ma l'empatia con cui l'umanità è capace di guardare alle stelle — e a se stessa.

Da Roy Neary a ET: una carriera costruita sul meraviglioso

Per capire il peso specifico di Disclosure Day nel percorso artistico di Spielberg, occorre ripercorrere almeno le tappe fondamentali del suo rapporto con il cosmo e con l'alterità. Tutto comincia nel 1977 con Incontri ravvicinati del terzo tipo, in cui Richard Dreyfuss interpreta Roy Neary, un uomo comune ossessionato da visioni che lo portano a cercare un contatto con intelligenze extraterrestri. Il film non racconta un'invasione, non propone un mostro da combattere: propone invece un incontro, una comunicazione, una forma di dialogo tra specie diverse che si riconosce nella musica prima ancora che nelle parole.

Cinque anni dopo, nel 1982, arriva ET - L'extraterrestre, forse il film più amato di Spielberg e certamente quello che meglio sintetizza la sua visione del mondo: un essere venuto dallo spazio, fragile e smarrito, trova rifugio nel cuore di un bambino. L'alieno non è una minaccia, ma uno specchio dell'innocenza perduta e dell'universalità dei sentimenti. L'immagine del dito luminoso che tocca il cuore è diventata uno dei simboli visivi più potenti del cinema del Novecento.

Il trittico si chiude — o piuttosto si complica — nel 2005 con La guerra dei mondi, adattamento del classico di H.G. Wells in cui la prospettiva si ribalta: gli alieni sono stavolta distruttori, e l'umanità è preda. Eppure anche lì Spielberg mantiene il fuoco narrativo non sullo spettacolo della devastazione ma sulla sopravvivenza di un padre e di sua figlia, sulla dimensione umana e relazionale in mezzo all'apocalisse.

Il 'Disclosure Day' e il contesto culturale del ritorno

Il titolo stesso del nuovo film è tutt'altro che neutro. Disclosure Day — letteralmente "il giorno della rivelazione" — richiama direttamente il dibattito pubblico, sempre più acceso negli Stati Uniti e nel resto del mondo, sulla possibilità che governi e agenzie di intelligence possiedano informazioni sull'esistenza di vita extraterrestre o di tecnologie non identificate di origine non umana. Negli ultimi anni, il Congresso americano ha tenuto audizioni pubbliche su questi temi, ex militari e funzionari governativi hanno reso testimonianze ufficiali, e la NASA stessa ha istituito gruppi di studio dedicati ai fenomeni aerei non identificati.

In questo clima, la scelta di Spielberg di intitolare il suo film in questo modo suona come una dichiarazione d'intenti culturale oltre che narrativa. Non una speculazione su complotti e cover-up, ma una riflessione su cosa significherebbe davvero, per l'umanità, fare i conti con la consapevolezza di non essere soli nell'universo. Quale impatto avrebbe sulle nostre strutture sociali, religiose, psicologiche? Come reagiremmo? Con paura o con meraviglia?

Spielberg, stando a quanto emerso dalle sue dichiarazioni pubbliche legate al progetto, sembra non avere dubbi: la risposta giusta è la meraviglia. E aggiunge di non aver mai smesso di scrutare il cielo in cerca di vita aliena, con la stessa curiosità di quando era bambino.

L'empatia come chiave narrativa e filosofica

Il filo rosso che attraversa tutta la produzione fantascientifica di Spielberg — e che sembra essere al centro anche di Disclosure Day — è il concetto di empatia intesa in senso ampio: la capacità di riconoscere nell'altro, per quanto diverso o addirittura incomprensibile, qualcosa di degno di attenzione, rispetto, cura. Non è un caso che i suoi alieni migliori non siano mai stati mostri: sono entità con le quali, in un modo o nell'altro, è possibile stabilire una connessione.

Questa visione si contrappone nettamente a un filone molto più diffuso nella cultura popolare, quello che rappresenta il contatto con l'alieno come scenario bellico, come minaccia da neutralizzare, come competizione per la sopravvivenza. Da Indipendence Day a Alien, da Predator a innumerevoli blockbuster recenti, il cinema mainstream ha spesso privilegiato la logica dello scontro. Spielberg, invece, ha quasi sempre scelto la logica dell'incontro.

Questa scelta non è solo estetica o narrativa: è profondamente politica nel senso più nobile del termine. In un mondo attraversato da conflitti, da nazionalismi in ascesa, da muri fisici e mentali che si moltiplicano, la favola spielberghiana — e lui stesso non sembra disdegnare questa definizione — ha qualcosa da dire sulla convivenza tra diversi, sull'ascolto, sul superamento della paura dell'altro.

Spielberg e la favola: un limite o una forza?

Ci si può legittimamente chiedere se il persistente ottimismo di Spielberg, la sua tendenza a risolvere le narrazioni nell'empatia e nella speranza, sia ancora adeguato alla complessità del presente. La critica cinematografica ha spesso sottolineato come il regista non riesca — o non voglia — uscire dai confini della favola, preferendo la rassicurazione alla sfida, il lieto fine all'ambiguità.

È una lettura non del tutto infondata. Eppure, guardando al panorama del cinema contemporaneo, saturo di distopie nichiliste e di antieroi moralmente compromessi, c'è qualcosa di quasi radicale nell'insistenza di Spielberg sull'umanità come valore, sulla possibilità della connessione, sulla scelta della speranza come atto consapevole e non ingenuo. La favola, nel suo lessico, non significa semplificazione: significa fiducia. E la fiducia, in certi momenti storici, è l'atto intellettualmente più coraggioso.

Non è un caso che registi come J.J. Abrams, Christopher Nolan, James Cameron — tutti debitori in misura diversa dell'eredità spielberghiana — abbiano finito per abbracciare, nelle loro opere più mature, una qualche forma di ottimismo umanista. La lezione del maestro, insomma, non ha smesso di circolare.

Cinquant'anni di rapporto con il cosmo: cosa è cambiato, cosa è rimasto

Il 2027 sarà l'anno del cinquantesimo anniversario di Incontri ravvicinati del terzo tipo. L'uscita di Disclosure Day in questa finestra temporale non può essere casuale. Spielberg sembra voler tracciare esplicitamente un arco narrativo — personale prima ancora che cinematografico — che da quel lontano 1977 arriva fino ai nostri giorni, senza perdere la bussola.

Cosa è cambiato in mezzo secolo? Il mondo ha attraversato la fine della Guerra Fredda, l'11 settembre, la globalizzazione, la rivoluzione digitale, una pandemia globale, nuove forme di guerra tecnologica. Il cielo sopra di noi è ora attraversato da satelliti, droni, missioni spaziali private. Elon Musk vuole portare l'uomo su Marte, l'ESA studia la possibilità di vita su Marte ed Europa, la giovanissima generazione è cresciuta con la certezza che il cosmo non sia affatto vuoto di possibilità.

Eppure, a leggere le parole di Spielberg, sembra che la sostanza del suo sguardo non sia cambiata: rimane quella di un bambino di Phoenix, Arizona, che puntava il telescopio verso il cielo e immaginava incontri, non invasioni. La tecnologia è diventata più sofisticata, le domande più pressanti, il dibattito più istituzionalizzato. Ma il cuore della questione — cosa faremmo se scoprissimo di non essere soli? Chi sceglieremmo di essere in quel momento? — è rimasto identico.

Perché questo film conta, ora

In fondo, la vera domanda che Disclosure Day sembra voler porre non è «esistono gli alieni?» ma «che tipo di esseri vogliamo essere quando li incontreremo?». È una domanda che, traslata sull'attualità più immediata, diventa: che tipo di esseri vogliamo essere quando incontriamo chiunque sia diverso da noi?

In questo senso, il cinema di Spielberg ha sempre avuto una vocazione educativa in senso alto — non moralistica, non didascalica, ma genuinamente formativa. I suoi film più riusciti non ti dicono cosa pensare: ti mettono in condizione di sentire qualcosa che poi, eventualmente, diventa pensiero.

Il ritorno agli alieni, dunque, non è nostalgia né ripetizione. È la riconferma di una visione del mondo che, in un'epoca di divisioni profonde e di narrazioni sempre più polarizzate, sceglie deliberatamente la meraviglia come postura esistenziale e narrativa. Spielberg ha quasi ottant'anni, una carriera irripetibile alle spalle, e ancora si sveglia al mattino chiedendosi se c'è vita là fuori. Se questo non è un atto di resistenza culturale, è difficile capire cosa lo sia.

Disclosure Day non è ancora uscito nelle sale, ma il solo annuncio ha già riacceso il dibattito su uno dei temi più antichi e irrisolti dell'umanità: siamo soli? E se non lo siamo, siamo pronti?

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Redazione NotiziHub

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