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La riforma dei medici di famiglia affonda: il governo ritira il testo e Bertolaso lascia il tavolo

Il ministero della Salute ha deciso di ritirare il progetto di riorganizzazione della medicina generale, scatenando la reazione furiosa del responsabile della sanità lombarda, che si è dimesso da vice coordinatore degli assessori regionali definendo la vicenda «avvilente».

Un medico di medicina generale visita un paziente nel proprio studio
Foto: Los Muertos Crew / Pexels

Il ritiro che nessuno si aspettava

Il governo fa marcia indietro sulla riforma dei medici di famiglia. In un incontro tra i tecnici del ministero della Salute e i rappresentanti delle Regioni, è stata comunicata la decisione di ritirare il testo che avrebbe dovuto ridisegnare la medicina generale italiana. Una scelta che ha colto di sorpresa molti degli attori coinvolti nel lungo negoziato e che ha innescato reazioni immediate e durissime, a cominciare da quella di Guido Bertolaso, assessore al Welfare della Regione Lombardia e tra i volti più noti della sanità pubblica italiana. Bertolaso ha abbandonato il tavolo e ha rassegnato le dimissioni dall'incarico di vice coordinatore degli assessori regionali alla salute, parlando di una «vicenda avvilente».

Cosa prevedeva la riforma e perché era attesa

La riorganizzazione della medicina generale era considerata da anni una delle priorità strutturali del sistema sanitario nazionale. Il progetto in discussione puntava a trasformare profondamente il ruolo dei medici di base, tradizionalmente ancorati a uno studio individuale, per integrarli in modo più sistematico nelle nuove strutture territoriali previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: le cosiddette Case della Comunità. Questi presidi, finanziati con fondi europei, nascono con l'obiettivo di avvicinare i servizi sanitari ai cittadini, ridurre la pressione sugli ospedali e garantire una presa in carico multidisciplinare dei pazienti cronici e fragili.

La riforma avrebbe dovuto definire obblighi più precisi per i camici bianchi: orari di presenza garantiti, integrazione con infermieri, assistenti sociali e specialisti ambulatoriali, e una partecipazione attiva alle attività delle Case della Comunità. Il tutto in un quadro normativo che aggiornasse una convenzione — quella che regola il rapporto tra medici di medicina generale e Servizio Sanitario Nazionale — ferma nei suoi tratti fondamentali a logiche pensate decenni fa, quando il medico di famiglia era quasi esclusivamente un professionista autonomo con un rapporto diretto e personale con i propri assistiti.

Il nodo del negoziato con i sindacati

Dietro la decisione di ritirare il testo si intravede la complessità di un negoziato mai davvero risolto con le rappresentanze sindacali dei medici di famiglia. Le sigle di categoria hanno storicamente resistito a qualsiasi ipotesi che potesse trasformare il loro status da liberi professionisti convenzionati — con ampia autonomia organizzativa — a qualcosa di più simile a dipendenti del servizio sanitario regionale. La questione degli orari, della presenza obbligatoria nelle strutture pubbliche e della rendicontazione delle attività ha sempre rappresentato un punto di attrito difficile da superare.

Nel tentativo di trovare un compromesso che non affossasse del tutto lo spirito della riforma, il ministero avrebbe proposto una soluzione minimale: chiedere ai medici di garantire almeno sei ore settimanali di presenza nelle Case della Comunità, senza intervenire sugli assetti contrattuali più profondi. Una misura giudicata insufficiente da molti presidenti di Regione e dai loro assessori alla salute, che da tempo invocano strumenti più incisivi per garantire la continuità assistenziale sul territorio.

La reazione di Bertolaso: «Vicenda avvilente»

Nessuno ha espresso con maggiore veemenza la propria delusione come Guido Bertolaso. L'assessore lombardo, che vanta un curriculum istituzionale di primo piano — tra cui la guida della Protezione Civile e della campagna vaccinale anti-Covid in Lombardia — non ha usato mezzi termini nel descrivere l'accaduto. Parlando di vicenda «avvilente», Bertolaso ha scelto di abbandonare il tavolo di lavoro e di dimettersi dall'incarico di vice coordinatore degli assessori regionali alla sanità, un ruolo che aveva assunto per rappresentare le istanze del territorio nel confronto con il governo centrale.

La scelta di Bertolaso non è soltanto un gesto simbolico: è il segnale di una frattura concreta tra alcune Regioni — e la Lombardia in particolare, che gestisce il sistema sanitario più grande d'Italia per dimensioni e complessità — e il ministero guidato da Orazio Schillaci. La Lombardia ha investito in modo massiccio sulla costruzione delle Case della Comunità e sulla trasformazione del modello di assistenza territoriale, e il ritiro della riforma nazionale viene percepito come un ostacolo alla possibilità di dare gambe a questi investimenti, garantendo la presenza dei medici di base nelle nuove strutture.

Il ministero promette una riorganizzazione «più avanti»

Il capo di Gabinetto del ministro Schillaci, che ha presieduto l'incontro con le Regioni al posto del titolare del dicastero, ha cercato di ammortizzare l'impatto politico della decisione. La linea comunicata è che «più avanti» si procederà a una riorganizzazione della medicina generale, lasciando intendere che il ritiro del testo attuale non equivale a un abbandono definitivo del progetto di riforma, bensì a un rinvio motivato dalla necessità di costruire un consenso più ampio — o di affrontare la questione in un momento politico più favorevole.

Nel frattempo, l'unica misura concreta che sembra sopravvivere al naufragio del progetto originario è la richiesta di almeno sei ore di presenza settimanale dei medici di famiglia nelle Case della Comunità. Un impegno che, se confermato, rappresenterebbe comunque un passo avanti rispetto alla situazione attuale — dove la presenza dei medici di base nelle nuove strutture è spesso volontaria e non sistematica — ma che è ben lontano da quella riforma organica che le Regioni più ambiziose attendevano.

Il paradosso del PNRR: strutture pronte, personale assente

La vicenda si inserisce in un paradosso che rischia di diventare sempre più evidente nei prossimi mesi. Con i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, l'Italia si è impegnata a realizzare oltre 1.300 Case della Comunità entro il 2026. Molte strutture sono già in fase avanzata di costruzione o addirittura inaugurate. Ma una Casa della Comunità senza i medici di famiglia presenti in modo strutturato e continuativo è, di fatto, una scatola vuota: può ospitare infermieri e altri professionisti sanitari, ma perde la sua funzione di snodo centrale dell'assistenza primaria.

La questione non è solo organizzativa: è finanziaria e politica. L'Europa ha finanziato queste strutture in funzione di un modello assistenziale preciso, che prevede una medicina territoriale integrata e accessibile. Se la riforma della medicina generale non decolla, il rischio è che le Case della Comunità restino sottoutilizzate, con un impatto negativo sulla valutazione complessiva dell'attuazione del PNRR in Italia. Su questo punto le Regioni hanno più volte sollecitato il governo ad agire con maggiore determinazione.

Il sistema sanitario alla prova del territorio

Il fallimento — almeno temporaneo — della riforma dei medici di famiglia riapre un dibattito che attraversa la sanità italiana da almeno trent'anni. Il Servizio Sanitario Nazionale, nato nel 1978, ha costruito nel tempo un sistema dove la medicina ospedaliera ha sempre avuto il primato — culturale, economico e organizzativo — rispetto alla medicina territoriale. Le riforme degli anni Novanta hanno cercato di invertire questa tendenza, e il Piano Socio-Sanitario Nazionale degli anni Duemila ha formalmente sancito la centralità del territorio. Ma la realtà è rimasta spesso distante dagli enunciati.

La pandemia da Covid-19 ha reso evidente questa debolezza strutturale: il sistema ha tenuto grazie agli ospedali, ma ha sofferto enormemente nella gestione territoriale dei pazienti, nella sorveglianza delle fasce più fragili, nella continuità delle cure per chi soffre di patologie croniche. Proprio da quella lezione avrebbe dovuto nascere una spinta riformatrice più robusta. Il fatto che, a distanza di anni, si stia ancora discutendo della presenza minima dei medici di base nelle strutture territoriali, senza riuscire a trovare un accordo, è la misura di quanto sia difficile — in Italia come altrove — riformare un sistema dove gli equilibri corporativi, le autonomie regionali e le risorse disponibili si intrecciano in modo inestricabile.

Cosa succede ora

Nell'immediato, la palla torna al ministero della Salute, che dovrà decidere se e quando riprendere il confronto sulla riforma della medicina generale. La dimissione di Bertolaso dal ruolo di vice coordinatore degli assessori regionali lascia un vuoto politico nel raccordo tra governo e Regioni su questo dossier, e rischia di inasprire i toni di un confronto già difficile. Le Regioni del Nord — Lombardia in testa, ma non solo — guardano con crescente frustrazione a un processo riformatore che sembra procedere a singhiozzo, condizionato più dalle resistenze interne alle categorie professionali che da una visione strategica di lungo periodo.

Per i cittadini, nel frattempo, la situazione rimane quella di sempre: lunghe attese per un appuntamento dal medico di base, difficoltà di accesso alle Case della Comunità dove esistono, discontinuità nella presa in carico delle malattie croniche. Una riforma che avrebbe potuto cambiare questa realtà quotidiana è stata — almeno per ora — rimessa nel cassetto. Con l'impegno vago di riprenderla «più avanti»: una formula che, nella storia della sanità italiana, ha spesso significato mai.

Fonti

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Redazione NotiziHub

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