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Iran-USA, l'accordo annunciato da Trump: cessate il fuoco e rinuncia al nucleare. L'Europa resta ai margini

Il presidente americano dichiara di aver vinto «senza l'Unione Europea», mentre Vance dovrebbe firmare l'intesa a Ginevra: ma restano aperte molte incognite sulla tenuta dell'accordo e sulla reazione di Teheran.

Diplomatici durante i negoziati sul programma nucleare iraniano
Foto: Werner Pfennig / Pexels

Trump annuncia la svolta: «Abbiamo vinto la guerra con l'Iran»

Donald Trump ha annunciato in modo trionfalistico il raggiungimento di un'intesa con l'Iran, dichiarando a La7 di aver «vinto la guerra» e rivendicando il risultato come una vittoria esclusivamente americana, ottenuta senza il contributo dell'Unione Europea. Secondo quanto riportato dall'ANSA e da Repubblica, il presidente degli Stati Uniti avrebbe affermato che Teheran «ha accettato di non avere armi nucleari», una dichiarazione di portata storica che, se confermata nei dettagli operativi, rappresenterebbe uno dei risultati diplomatici più significativi degli ultimi decenni nella regione mediorientale.

L'annuncio, arrivato dopo settimane di crescente tensione militare e diplomatica, ha immediatamente scatenato reazioni a catena in Europa, nei paesi del Golfo e nella stessa Repubblica Islamica. La firma dell'accordo, stando a quanto riferito da Axios, sarebbe affidata al vicepresidente JD Vance e potrebbe avvenire a Ginevra, città che storicamente ha ospitato alcuni dei negoziati più delicati sul programma nucleare iraniano. Aerei americani sarebbero già in rotta verso il Vecchio Continente in previsione della cerimonia.

I termini dell'intesa: cessate il fuoco e rinuncia al nucleare

Sebbene i dettagli completi dell'accordo non siano stati ancora resi pubblici nella loro interezza, alcune componenti fondamentali emergono dalle ricostruzioni delle fonti disponibili. Il punto centrale, secondo la dichiarazione di Trump, sarebbe la rinuncia da parte dell'Iran allo sviluppo di armamenti nucleari. Si tratterebbe di un impegno formale che va al di là di quanto previsto dal precedente JCPOA — il Piano d'Azione Globale Congiunto firmato nel 2015 sotto la presidenza Obama — accordo che Trump stesso aveva abbandonato unilateralmente nel 2018, scatenando una spirale di escalation.

Nell'intesa sarebbe inoltre incluso un cessate il fuoco della durata di 60 giorni, che si estenderebbe anche al Libano, segnale che il conflitto regionale ha assunto una dimensione più ampia, coinvolgendo le forze proxy iraniane come Hezbollah. Questo elemento suggerisce che i negoziati abbiano avuto un respiro più ampio di quanto trapelato inizialmente, abbracciando la complessità dello scacchiere levantino e non limitandosi alla questione strettamente nucleare.

Sul fronte iraniano, però, la situazione rimane tutt'altro che stabilizzata: media locali riportano esplosioni udite nello Stretto di Hormuz e il fermo di una petroliera, episodi che alimentano incertezza sulla reale portata del cessate il fuoco e sulla capacità di Teheran di tenere sotto controllo tutte le componenti del proprio apparato militare e paramilitare.

L'Europa messa ai margini: «Irrilevante» secondo Trump

La dichiarazione più controversa del presidente americano riguarda proprio il ruolo dell'Unione Europea nel processo negoziale. Trump ha definito l'Europa «irrilevante» nella gestione della crisi iraniana, un giudizio che suona come un affronto diplomatico diretto ai partner transatlantici e che apre interrogativi profondi sul futuro della politica estera europea in Medio Oriente.

La risposta italiana non si è fatta attendere: il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato che quella con l'Iran «non è la nostra guerra», ma ha tenuto a precisare che l'Italia e l'Europa stanno «facendo la loro parte». Una formulazione che cerca di bilanciare la necessità di non apparire subalterni alla narrativa trumpiana con il riconoscimento implicito che, nei fatti, il protagonismo negoziale è stato interamente americano.

Questa dinamica non è nuova. Già durante le fasi più acute della crisi nucleare iraniana, l'Europa — attraverso il cosiddetto formato E3, composto da Francia, Germania e Regno Unito — aveva cercato di giocare un ruolo da mediatore, con risultati alterni. Oggi, con un'amministrazione americana che considera apertamente il multilateralismo europeo un ostacolo piuttosto che una risorsa, lo spazio per Bruxelles si è ulteriormente ristretto. Il rischio, per l'UE, è quello di ritrovarsi a dover accettare termini negoziati altrove, senza aver potuto tutelare i propri interessi economici e strategici nella regione.

Il contesto: una crisi che viene da lontano

Per comprendere la portata di quanto annunciato, è necessario ripercorrere almeno un decennio di storia diplomatica. Il programma nucleare iraniano è al centro delle tensioni internazionali dagli anni Duemila, quando emersero le prime prove di arricchimento dell'uranio oltre i limiti consentiti dai trattati internazionali. Anni di sanzioni, pressioni diplomatiche e, in alcuni casi, operazioni di sabotaggio — tra cui il famigerato attacco informatico con il virus Stuxnet alle centrifughe di Natanz — non erano riusciti a fermare l'avanzamento tecnologico di Teheran.

L'accordo del 2015, negoziato sotto Obama con la partecipazione di Russia, Cina, Francia, Germania, Regno Unito e Unione Europea, aveva rappresentato un compromesso: l'Iran accettava di limitare il proprio programma nucleare in cambio di una progressiva riduzione delle sanzioni internazionali. Tuttavia, la decisione di Trump di ritirare gli Stati Uniti dall'intesa nel maggio 2018, reintroducendo sanzioni severe — la cosiddetta «massima pressione» — aveva innescato una spirale che ha portato l'Iran ad aumentare progressivamente il livello di arricchimento dell'uranio, avvicinandosi secondo alcune stime alla soglia necessaria per la costruzione di un ordigno.

L'attuale annuncio, se confermato, segnerebbe dunque un'inversione di rotta radicale: non più contenimento graduale e multilaterale, ma accordo bilaterale diretto tra Washington e Teheran, con tutti i rischi di instabilità che una simile architettura comporta in assenza di un quadro di garanzie condivise.

Ginevra come palcoscenico: il peso simbolico della scelta

La scelta di Ginevra come sede per la firma dell'accordo non è casuale. La città svizzera è storicamente il luogo dove si consumano le grandi intese internazionali: dalla Convenzione di Ginevra che regola il diritto umanitario in tempo di guerra, ai negoziati sul nucleare iraniano del 2013 che portarono all'accordo preliminare poi sfociato nel JCPOA. Scegliere Ginevra significa evocare una tradizione di diplomazia solenne, conferire all'intesa un'aura di legittimità internazionale e, non da ultimo, segnalare che gli Stati Uniti intendono presentare questo risultato come un capitolo della storia diplomatica globale.

L'affidamento della firma al vicepresidente Vance è altrettanto significativo. Inviare il numero due dell'amministrazione americana — e non un semplice negoziatore o il Segretario di Stato — significa attribuire all'evento un peso politico di primo piano, trasformandolo in un momento di visibilità per l'intera squadra trumpiana in vista delle prossime scadenze elettorali e del dibattito interno americano sulla politica estera.

Le incognite sul fronte iraniano: tra accordo e resistenze interne

Se da Washington i toni sono trionfalistici, il quadro che emerge dalle fonti iraniane è più ambiguo. Le esplosioni segnalate nello Stretto di Hormuz e il fermo di una petroliera suggeriscono che non tutti gli attori dell'ecosistema di sicurezza iraniano — o dei suoi alleati regionali — abbiano ricevuto o stiano rispettando eventuali direttive di de-escalation. La Repubblica Islamica è un sistema politico complesso, in cui i Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, godono di una notevole autonomia operativa rispetto alle strutture diplomatiche del ministero degli Esteri.

Non è la prima volta che accordi annunciati dalla leadership politica iraniana si scontrano con resistenze interne o con azioni di forza di componenti non pienamente controllate dal governo centrale. In questo senso, la clausola del cessate il fuoco di 60 giorni appare al tempo stesso promettente e fragile: abbastanza lunga da permettere la costruzione di fiducia, abbastanza breve da non costringere nessuna parte a impegni difficili da rispettare sul lungo periodo.

Rimane poi aperta la questione delle sanzioni: Teheran accetterà una rinuncia formale al nucleare militare senza garanzie concrete sulla loro rimozione? E Washington sarà in grado di offrire incentivi economici sufficienti in un contesto politico interno dove la «durezza» verso l'Iran è considerata un valore trasversale?

Le implicazioni regionali: dal Libano al Golfo

L'inclusione di un cessate il fuoco in Libano nell'accordo apre scenari di grande complessità. Il Libano è da decenni un campo di battaglia per le influenze regionali: Hezbollah, fortemente sostenuto dall'Iran, ha combattuto diverse guerre con Israele e continua a esercitare un peso militare e politico determinante nel paese dei cedri. Un cessate il fuoco negoziato tra Washington e Teheran che includa Hezbollah implicherebbe che l'Iran abbia accettato di esercitare pressioni concrete sul suo principale alleato non statale — un segnale che, se reale, sarebbe di portata storica.

Anche i paesi del Golfo, a partire dall'Arabia Saudita, osservano con attenzione l'evoluzione della situazione. Ryad ha avviato da oltre un anno un processo di normalizzazione con Teheran, mediato dalla Cina, che ha ridotto le tensioni dirette tra le due potenze regionali. Un accordo USA-Iran che stabilizzi il fronte nucleare potrebbe accelerare questo processo, ma potrebbe anche alterare gli equilibri di potere nella regione in modi non completamente prevedibili.

Israele, il cui governo ha più volte dichiarato di considerare inaccettabile un Iran nucleare e si è detto pronto ad agire militarmente per impedirlo, è l'altra variabile cruciale dell'equazione. Tel Aviv non è stata parte dei negoziati e la sua reazione all'accordo annunciato da Trump sarà uno degli indicatori più significativi della tenuta reale dell'intesa.

Perché questo accordo conta: scenari e prospettive

Al netto delle incognite, l'annuncio di Trump rappresenta un momento di svolta nel panorama geopolitico mediorientale. Se l'intesa reggesse e si traducesse in impegni verificabili e duraturi, segnerebbe la fine di un ciclo di tensioni che dura da almeno vent'anni e che ha più volte portato il Medio Oriente sull'orlo di un conflitto diretto tra grandi potenze. La stabilizzazione del fronte iraniano libererebbe risorse diplomatiche e militari americane, ridurrebbe il rischio di proliferazione nucleare in una delle regioni più instabili del mondo e potrebbe creare le condizioni per una ripresa economica dell'Iran con benefici a cascata per l'intera area.

Tuttavia, il percorso verso una pace duratura resta irto di ostacoli. Un accordo bilaterale privo di un solido framework multilaterale di verifica e garanzie rischia di essere fragile quanto il JCPOA, che pure aveva una struttura più robusta. La storia recente insegna che le intese sul nucleare iraniano sono resistite finché il consenso interno americano le ha sostenute — e che basta un cambio di amministrazione a Washington per rimettere tutto in discussione.

Per l'Europa, la sfida è duplice: da un lato, evitare di essere esclusa definitivamente dai grandi processi di ridefinizione degli equilibri mediorientali; dall'altro, trovare il modo di costruire un ruolo autonomo e credibile in un contesto in cui il multilateralismo appare sempre più sotto pressione. Le parole di Trump sull'«irrilevanza» europea bruciano, ma potrebbero anche funzionare da stimolo per una maggiore coesione e proattività della politica estera dell'Unione — ammesso che i ventisette stati membri riescano a trovare una voce comune su un dossier così complesso e divisivo.

Fonti

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Redazione NotiziHub

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